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Il blog che millanta numerosi tentativi di imitazione
Tibet Burning
post pubblicato in Diario, il 20 aprile 2012


Continuano le immolazioni per il Tibet.

Il mondo sta pensando a come tornare a guadagnare e spendere, la Cina a come produrre ai ritmi di due o tre anni fa, mentre nessuno più guarda a cosa sta succedendo attorno a noi.

E da inizio 2011, da quando il governo di Pechino ha acuito la sua politica di repressione, sono già 34 i monaci che si sono arsi vivi per la libertà della propria terra.

(PIE)

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March 10 - FREE TIBET
post pubblicato in Diario, il 1 marzo 2012


Come ogni anno il 10 marzo rappresenta la data ufficiale dell'invasione cinese in Tibet.

Mai come quest'ultimo hanno la repressione nei confronti della popolazione è stata così dura, mai come quest'anno un numero così alto di monaci si è immolato per protestare contro gli invasori.

E quando l'unica arma che rimane verso l'oppressore è il suicidio, eclatante e tragico come il bruciarsi, allora sono rimaste veramente poche carte da giocare.

Se non l'intervento e l'aiuto esterni.

Lo stesso soccorso che stanno aspettando anche i siriani, ma quando in gioco non ci sono né soldi, petrolio o interessi economici internazionali, allora gli aiuti sono a volte solo moniti, altre volte nemmeno quelli.

E allora oltre al dolore dell'oppressione, si aggiunge la beffa di un oppressore sostenuto e bene accolto da chi dovrebbe difendere e proteggere l'oppresso.

(PIE)

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China Vs Nazi
post pubblicato in Diario, il 12 dicembre 2011
http://www.youtube.com/watch?v=-iwsNCnTApw

Certamente nella notte dei cristalli i numeri di civili erano enormemente più alti, ma le scene non erano molto diverse da quelle mostrate in questo video di youtube.

Poliziotti in tenuta antisommossa per arrestare poveri tibetani non colpevoli di alcun fatto, trascinati fuori dalle loro case in un gelido inverno himalayano, mezzi svestiti, impauriti e picchiati.

Questa è la politica cinese e, come diceva Gandhi, se un bruto picchia un vecchio e tu giri la faccia dall'altro lato, non è non violenza, è codardia.
Più o meno.

Però è sicuro che se noi non facciamo niente, i nostri governi non fanno niente, si tratta di codardia, non di fine strategia politica estera.

Ed è proprio ora che il gigante asiatico è in difficoltà e la sua economia mostra le prime crepe che i governi occidentali possono imporre delle condizioni per far si che il Tibet rimanga libero e che finisca l'oscena persecuzione nei confronti del popolo delle nevi.

(PIE)

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L'anniversario proibito
post pubblicato in Diario, il 25 aprile 2009
È l'anniversario che la Cina ha deciso di cancellare. Oggi compie vent'anni il Panchen Lama, la seconda autorità spirituale del buddismo tibetano, il "vice" del Dalai Lama alla guida del suo popolo. Ma Gedhun Choeky Nyima - questo il nome del vero Panchen Lama - è invisibile dall'età di sei anni. Poco dopo la sua investitura da parte del Dalai, il 14 maggio 1995, il bambino fu sequestrato con tutta la sua famiglia dalla polizia cinese. Quello che divenne "il prigioniero politico più giovane del mondo" da allora è recluso in un luogo segreto. La sua colpa è imperdonabile: per il solo fatto di esistere, il Panchen incarna l'autonomia di un potere spirituale che lo ha scelto senza prendere ordini dal governo. 

L'ultima violenza su di lui il regime di Pechino l'ha commessa alcuni giorni fa, lasciando filtrare indiscrezioni sulla sua morte. Nessun annuncio ufficiale - altrimenti il governo dovrebbe fornire spiegazioni e prove sull'improvviso decesso di un ventenne - ma solo voci. Che gli esuli tibetani vicini al Dalai Lama definiscono false. Forse per vie imperscrutabili riescono ad avere notizie su di lui. 

Alla vigilia di questo compleanno proibito, i cinesi non si sono limitati a diffondere insinuazioni sulla morte del loro giovane prigioniero. Pechino ha deciso di esibire in due eventi ufficiali il suo
"gemello comunista": il Panchen del regime. Quasi coetaneo dell'altro (ha 19 anni), etnicamente tibetano anche lui ma figlio di due membri del partito comunista, questo si chiama Gyaincain Norbu. Nel 1995, non appena catturato il vero Panchen, la controfigura venne investita solennemente dal governo. Secondo le autorità cinesi è lui l'undicesima reincarnazione del "grande studioso" della setta Gelugpa. Il Panchen filo-cinese non è mai stato accettato dai suoi connazionali, che gli negano ogni legittimità. Senza la benedizione del Dalai, per i fedeli è un impostore. Perciò anche lui ha finito per trascorrere infanzia e adolescenza come un detenuto. Per paura che i tibetani potessero influenzarlo le autorità lo hanno allevato a Pechino, in un convento politically correct, sotto il controllo del partito. I maestri di dottrina gli insegnavano il patriottismo (cinese), la fedeltà al governo, il mandarino e l'inglese: utili per farne un futuro portavoce urbi et orbi. Per anni le sue apparizioni in pubblico sono state rare e protette da una scorta. In una di quelle occasioni, paracadutato per poche ore nel 2005 nel monastero di Tashilhunpo a Shigatse (storicamente la sede del Panchen) il povero burattino dei cinesi rimase impaurito dal disprezzo dei religiosi. 

Nelle foto ufficiali ha la faccia di un bambinone cresciuto, goffo e timido, vittima di un gioco troppo grande per lui. Un mese fa le cose sono cambiate. Il Panchen-di-Pechino è stato lanciato sul
palcoscenico a marzo per una celebrazione importante. Ricorreva il 50esimo anniversario della fuga in esilio del Dalai Lama, un giorno di lutto per il suo popolo. Nella stessa data quest'anno il governo ha istituito una nuova festa nazionale: la Giornata dell'Emancipazione dei Servi del Tibet. Un'occasione per celebrare la "liberazione" dalla teocrazia feudale dei lama, grazie al provvidenziale intervento dell'Esercito Popolare di Liberazione sotto la guida di Mao. Il 28 marzo il Panchen comunista è apparso in una cerimonia di Stato a Lhasa. Il giovane era visibilmente agitato, ma ha detto quello che si aspettavano da lui: "Voglio ringraziare sinceramente il partito comunista per avermi aperto gli occhi, così so riconoscere il bene dal male". Poi una stoccata diretta a colui che dovrebbe esserne il padre spirituale. "Sono io stesso discendente di schiavi - ha detto Gyaincain Norbu - e ho imparato a distinguere chi ama il popolo tibetano, da quelle persone senza scrupoli che per motivi di ambizione minacciano la pace". Jia Qinglin, membro del Politburo, ha reso esplicita l'accusa: "Il Dalai ignora i veri desideri del popolo. Vuole la secessione per restaurare l'antico regime feudale". 

In un crescendo di visibilità, il Panchen comunista è riapparso al recente Forum Mondiale del Buddismo, organizzato in pompa magna dalle autorità cinesi. Un evento ecumenico: aperto nella città di Wuxi, provincia del Jiangsu, si è concluso a Taipei capitale dell'"isola ribelle" di Taiwan. Dopo il confucianesimo anche il buddismo viene recuperato dai leader cinesi. Purché sia una religione di Stato, il presidente Hu Jintao è convinto che serva a proiettare un'immagine rassicurante della Cina, a rafforzare il suo soft power in Asia. E il giovane Gyaincain Norbu ha fatto il suo dovere. Ai delegati mondiali del simposio buddista ha dichiarato: "Questo evento dimostra che in Cina regna la libertà religiosa". Ha partecipato alle sedute ristrette di alcuni seminari di studio: perfino un incontro con celebri imprenditori sul tema "Filosofia e Business". I magnati industriali che lo hanno incontrato dicono che i suoi interventi sono stati "fonte d'ispirazione". Le foto dell'agenzia Nuova Cina lo ritraggono, occhialuto e intimidito, mentre porge una sciarpa bianca in omaggio al presidente del Congresso del Popolo, Wu Bangguo. L'alto gerarca lo ha incoraggiato a "lavorare alacremente per l'unità del popolo cinese". Zhan Ru, direttore dell'Istituto di studi orientali all'università di Pechino, era anche lui a quel congresso: "E' stato un incoraggiamento per tutti. Eravamo onorati di avere con noi un Budda vivente". 

Lo sforzo per osannare il povero burattino è corale. Tradisce il nervosismo di Pechino per il ventesimo compleanno del vero Panchen Lama. La tensione è affiorata ai massimi livelli. Hu Jintao ha lanciato un avvertimento secco a Barack Obama: non vuole che il presidente americano riceva il Dalai Lama, atteso in America tra breve. Il tono è da ultimatum. Sul Tibet il leader cinese è pronto a rischiare un gelo diplomatico con Washington. Forte del suo potere economico-finanziario, Hu Jintao spera di intimidire Obama. Già ci è riuscito con Nicolas Sarkozy, costretto a farsi "perdonare" la visita del Dalai all'Eliseo. Il Sudafrica ha preferito far saltare un summit dei premi Nobel pur di non concedere il visto al leader tibetano in esilio. 

Dietro la durezza cinese spunta la partita cruciale: la successione del 73enne capo spirituale. Pechino ha già annunciato che alla sua morte spetterà al potere politico la scelta del prossimo "reincarnato": come all'epoca della dinastia imperiale dei Qing, secondo le ricostruzioni degli storici revisionisti di regime. Pur di evitare questa sopraffazione il Dalai Lama ha accennato a una contromossa: cambiare le regole e procedere a un'elezione democratica del suo successore. Chissà se il suo discepolo ventenne, ovunque si trovi, può intuire la battaglia furibonda che si prepara. Se è vivo oggi passa anche questo compleanno nella solitudine che ormai è il suo destino. Lontano dal Tibet, lontano dai suoi e dal mondo, forse condannato a essere invisibile fino a quando morirà davvero.

(Lo Chef)

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Scontri tra premi nobel
post pubblicato in Diario, il 23 marzo 2009


Il Sudafrica del presidente Mandela, premio Nobel per la pace, ha negato il visto al Dalai Lama, anche lui premio Nobel per la pace.

Pesano su questo veto gli ingenti investimenti cinesi in infrastrutture, miniere, edilizia etc. sull'ex paese simbolo dell'apartheid?

Pechino vuole applicare le sue regole di "democrazia cinese" (per citare Axl Rose) anche nel resto del mondo.

Finiranno le ingerenze e la politica neocolonialista del governo di Pechino o sono appena iniziate?

(PIE)

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Mistificare è ancora di moda
post pubblicato in Diario, il 19 marzo 2009

La mistificazione della realtà è ancora molto attuale, soprattutto in Cina. Infatti, dopo aver ripetutamente affermato che i tibetani sono terroristi (tipo che i talebani in confronto sono delle scolarette...) ora la Cina cerca di far passare il messaggio che il 28 marzo 1959 - giorno in cui hanno invaso definitivamente il Tibet - sia il giorno dell'"emancipazione" tibetana.

The Chinese authorities have stooped to a new low in their efforts to rewrite history. Their latest propaganda campaign declares March 28th "Self Emancipation Day" - an annual "holiday" to "celebrate the liberation of Tibet."

In reality, March 28th marks the beginning of 50 years of Tibet's enslavement - the fateful day when Chinese authorities dissolved the Tibetan government following the Dalai Lama's escape from Lhasa and unleashed a wave of suffering on Tibetans that continues today.

For the past five decades, Tibetans have been living in chains under Chinese-ruled Tibet.
Now, the Chinese government wants to celebrate 50 years of Tibet's enslavement.

[
Dal sito www.studentsforafreetibet.org.]

Se il mondo occidentale cominciasse a prendere una posizione seria nei confronti della Cina forse oggi non assisteremmo indifferenti alla sofferenza di un popolo che, in quanto a diritti, non ha nulla da invidiare a curdi iracheni, afghani, vietnamiti, jugoslavi..., gente per la quale si sono scomodati in tanti.

(PIE)



[PS: Nota di oggi da parte del Ministero dello Sviluppo Economico, il viceministro Russo sta portando avanti intese commerciali e possibilità di investimenti reciproci con Pechino in ambito di tecnologie, infrastrutture, attivitò produttive etc. Ovvero un altro modo per il Governo Italiano di non fare nulla che vada contro la politica di Pechino.]

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March 10th: 50 Years of Tibetan Resistance
post pubblicato in Diario, il 10 marzo 2009

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Era il giorno del mio compleanno
post pubblicato in Diario, il 25 febbraio 2009

La Cina ha deciso di vietare l'ingresso ai turisti stranieri in vista del 50esimo anniversario della fallita rivolta contro Pechino nel 1959 e del primo anno dalle proteste anti-Cina soffocate nel sangue. "Le autorità hanno chiesto alle agenzie di viaggio di fermare l'organizzazione di viaggi per gli stranieri fino al primo aprile", ha indicato all'Afp un impiegato di Lhasa di un'agenzia pubblica, sotto condizione di anonimato.

Il divieto per gli stranieri di raggiungere il "Tetto del mondo" è stata confermata all'Afp da un hotel della capitale tibetana e da tre agenzie di viaggio della città di Chengdu, nella vicina provincia di Sichuan, che organizza spesso escursioni in Tibet. Non è chiaro a partire da quale data il divieto sarà effettivo.

Una dipendente di un ostello nel centro storico di Lhasa, teatro degli scontri di marzo scorso, ha detto di ospitare attualmente due turisti stranieri. "Gli ho detto che devono lasciare Lhasa", ha spiegato, sempre senza rivelare il suo nome per timore di rappresaglie. "Partiranno probabilmente domani o dopo domani e ho sentito che accade lo stesso in tutta la città", ha aggiunto. Il governo regionale del Tibet non è raggiungibile per un commento.

Gli amministratori regionali sono chiusi per il Nuovo anno tibetano che cade domani. La sicurezza è stata rafforzata nella Regione autonoma del Tibet e nelle province limitrofe alla popolazione tibetana, secondo fonti concordanti.

Pechino teme la celebrazione, il 10 marzo, del 50esimo anniversario dell'insurrezione tibetana, che portò alla fuga in India del Dalai Lama, leader spirituale dei buddisti tibetani, e quella del 14 marzo, a un anno dagli scontri dell'anno scorso. Le autorità cinesi vietano l'ingresso in Tibet agli stranieri ogni volta che la situazione si fa particolarmente tesa. Dopo le violenze dell'anno scorso, che a Lhasa provocarono oltre cento morti, la regione è rimasta chiusa fino a giugno.


(Lo Chef)


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Beijing Olimpics
post pubblicato in Diario, il 9 luglio 2008
Dear PIE,

Today marks the one-month countdown to the opening of the Beijing Olympics.

And with only one month to go, the Chinese government is intensifying its campaign of repression in Tibet, aimed at preventing protests during the Games. Just over two weeks ago, journalists who joined a government-controlled tour of Lhasa during the Olympic torch relay reported that the maroon-robed Buddhist monks they had seen on previous visits had seemingly disappeared from Lhasa and nearby monasteries.

Through our own sources and from a shocking article in The Times (UK), we have learned more about the lengths the Chinese government is willing to go for a protest-free Olympics.

Chinese authorities have reportedly rounded up more than 1,000 monks from the main three monasteries in Lhasa, shipped them more than 1,000 kilometers away, and are holding them in prisons and detention centers until the end of the Olympics. Read the article in The Times and read SFT's press release in response to this shocking travesty.

We can only imagine the level of security – and repression – Chinese authorities will implement during the Games themselves. At this moment when the stakes are highest, Beijing is doing everything it can to suppress the voice of the Tibetan people by imprisoning thousands of Tibetans, deploying tens of thousands of additional Chinese troops in Tibet, intimidating families and implementing a campaign of political indoctrination on all Tibetans. The situation inside Tibet is dire and it is more urgent than ever for the world to speak up on behalf of the Tibetan people.

As history has so often illustrated, it is usually ordinary people who do extraordinary things that demonstrate the true meaning of courage and character.

Join us in appealing to athletes going to the Beijing Olympics to show the true meaning of courage and character by standing up for Tibet at this critical time. For more information on reaching out to athletes in your community, please click here.

At every Olympics, there is one athlete who ends up inspiring the world with their courage and character. At the Beijing Games, we believe this athlete may be the one who is an example not only of determination and athletic skill, but also of standing up for what is right by speaking out for human rights and freedom in Tibet. Together, Tibetans and their supporters and people of conscience worldwide can ensure the Beijing Olympics shine a glaring spotlight on the Chinese government's ongoing violent crackdown inside Tibet. With your help, we will be a force for change in Tibet and in China.

(...)


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Cina
post pubblicato in Diario, il 27 marzo 2008
Le repressioni della Cina sul popolo tibetano, i problemi ambientali, la mancanza di regole del mercato del lavoro, la mancanza di libertà politica e di espressione.

Temi che vengono costantemente ignorati dai grandi "potenti" della terra.

Le olimpiadi in Cina non si devono fare per tanti motivi, primo tra tutti è che le olimpiadi si devono tenere in paesi democratici.

Il commercio con la Cina deve sottostare a pesanti dazi che compensino il basso costo dei prodotti dovuto allo sfruttamento della manodopera, facendo sì che il vantaggio competitivo della produzione cinese sia ridimensionato a livello dei paesi dell'Est Europa, della Turchia o del Maghreb.

Le relazioni internazionali con il governo cinese devono essere interrotte fintantoché anche il popolo cinese possa avere piena libertà di esprimersi e di votare.

Non è giusto che la Cina venga considerata e rispettata al pari delle democrazie mondiali solo per il potere economico che rappresenta: Fidel Castro (ora Raul) non ha mai potuto organizzare un'olimpiade a L'Avana e Kim Il Sung non può permettersi di esportare in tutto il mondo i prodotti nordcoreani.

Sarkozy ha gettato una pietra in un mare e i suoi cerchi sono stati troppo piccoli e troppo brevi.
Le preoccupazioni espresse dal Papa non hanno avuto seguito; se ad ogni Angelus lanciasse un monito o un appello al governo cinese, forse avrebbe maggior ascolto.
Bush ha manifestato le proprie preoccupazioni a Hu Jintao il quale, da buon dittatore, ha ribadito che l'azione cinese è stata obbligata e che la Cina ha sempre cercato il dialogo con i "ribelli" cinesi.

I pochi contatti con tibetani che ho avuto si sono fermati a due parole scambiate durante uno spettacolo tenuto qualche estate fa a Lodi. E, nonostante mi abbiano "ciulato" venti euro, mi stanno tuttora simpatici.
Contatti con cinesi ne ho avuti molti di più e, anche se al momento la Cina non è più la priorità in Italia (solo due anni fa si parlava solo di quello), al prossimo incontro con qualche pechinese o cantonese proverò a chiedere cosa ne pensano dei maltrattamenti subiti dai tibetani, del tentativo di distruggere una cultura millenaria e del suo ambiente, di quando la Cina rispetterà le regole del WTO e di quando la sua popolazione sarà libera di pensare, votare ed esprimersi.

Qualuno dovrà pure iniziare a fare qualcosa.

(PIE)

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Free Tibet, Free Prodi.
post pubblicato in Diario, il 11 dicembre 2007


Liberiamo il Tibet e uniamoci alla causa del popolo tibetano, dei monaci birmani, del Dalai Lama in esilio dalla sua terra da decenni ma liberiamo anche il presidente del consiglio italiano che non è libero di decidere se incontrare o meno il grande capo spirituale, in visita nel nostro paese dal 5 dicembre, per paura di ripercussioni da parte della Cina, adducendo scuse poco credibili.

La Cina con i suoi moniti e "anatemi" ha spaventato il Comitato Olimpico, che non ha accettato una squadra autonoma del Tibet, ma non ha spaventato Bush, Merkel, Harper (Canada) e Gusenbauer (Austria) che hanno incontrato il Dalai Lama nelle settimane scorse.

D'altronde il carisma di un politico di misura anche da questo e da Prodi non potevamo che aspettarcelo.

Posso solo immaginare cosa sarebbe successo se ci fosse stata la Bonino al suo posto...

(PIE)


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